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martedì 2 dicembre 2014

Per fare un tavolo

I miei genitori sono tornati da un corso di messaggi subliminali e mi hanno detto che c’è un appartamento in affitto qui a due passi.

E quindi li ho fatti contenti. Tra l’altro me ne sono proprio andata in un’altra città: lo dico anche per rispondere a tutti quelli che mi fanno, preoccupati,
“Roberti’, che fai? Non ti si vede più!”,
è che me ne sono andata a Bologna,

che poi dopo anche a Bologna mi dicano 
“mo, Roberta, mo cosa fai? Mo non ti vede mica più”, da leggere con tipico accento bolognese, è un altro discorso.

Comunque niente, sono andata all’Ikea perché in ogni nuova cosa, io parto col fare shopping. E poi sì, dovevo comprare dei mobili nuovi. 

Per il letto ho fatto coi bancali che mi ha regalato Silvia che io lo voglio ripetere anche qui, è la numero uno :)
I bancali tra l'altro sposano bene il mio essere radical chic con il mio non avere veramente una lira. È venuto benissimo, che nemmeno io credevo potesse venire così bene, in più è pure comodo, che per un letto è una cosa molto positiva, no?!

Ma per il tavolo non ho potuto. In realtà sono stata tanto senza tavolo. Almeno un mese. Che non è un tempo molto lungo ma solo se hai un tavolo. 
Solo quando non hai un tavolo capisci quanto è importante un tavolo. 
Che senza letto non ci puoi stare lo sai anche senza provarci ma senza tavolo ti rendi conto solo quando non ce l’hai il tavolo.
E quindi son andata all’Ikea. Di sabato pomeriggio. Una cosa ammissibile solo se hai un fidanzato. E lo odi. 

Quando vai all’Ikea capisci due cose,
c’è gente più brutta di te che si fidanza e c’è sempre qualcuno coi capelli più sporchi dei tuoi. Sempre.

E l’ho comprato il tavolo. Semplicissimo e lineare perché poi quando vai all’Ikea c’è quella cosa che i mobili te li devi montare e quindi meglio andare sul facile.
Così l’ho preso, son andata a casa e ho iniziato a montarlo.
Un disastro, con tutte quei disegnini, stavo per mandare tutto all’aria quando poi ho iniziato a seguire le istruzioni della canzone “per fare un tavolo”.

E niente, ha funzionato.

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immagine Tumblr
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martedì 13 maggio 2014

Facciamo un test

Che io a queste cose nemmeno ci credevo: 
tutti quei test per scoprire chi sei, la tua personalità, per me lasciano il tempo che trovano.
Anche perché se così non fosse sarei entrata in una depressione che avrei dovuto passare il resto della mia vita a mangiare visto che ogni volta vien fuori che son sempre il personaggio più grasso.

Dovete sapere che a me piacciono le serie televisive.
Non ne guardo molte perché anche in questo non voglio primeggiare,

“Benissimo, ora intervistiamo Roberta Frulla, la più grande esperta di serie televisive di tutti i tempi!”.
No, no, non sono io. Non fa per me. 

Ma comunque quelle che guardo mi condizionano, per farvi capire proprio ieri stavo facendo la spesa alla Coop e credevo di aver visto due uova di drago:
“scusi signore, quanto lo mette al chilo quel prosciutto vicino alle due uova di drago? Aspetti, aspetti: son due uova di drago, vero? Son due uova di drago o devo far basta con quel Game of Thrones?”.

Ecco, la seconda.
Comunque vi dicevo: sono sempre il personaggio più grasso.

Ho iniziato a notare questa con Lost.
Ve la ricordate, Lost, la serie? Quella su quel disastro aereo?

Ecco che poi questi precipitano su di un’isola deserta. Dovrebbe voler dire far la fame e invece non per me che becco sempre il personaggio più grasso. Uno ce n’era in Lost, ve lo ricordate? Quello con quei ricciolini che tutti guardavano male perché pensavano rubasse le scorte di cibo.

“Che personaggio di Lost sei?”
E io son lì che ci spero ancora
“Fa’ che non sia Hugo, fa’ che non sia Hugo…
Ehi dude!”
Eccolo, perfetto!

Di Henry Potter sono Hagrid in quell’episodio in cui mangia tutti gli altri personaggi.
In Guerre Stellari sono l’UNIVERSO. Tutto l’UNIVERSO.

E quindi sì, era anche per questo che non facevo più questi test.
Sciocchezze, mi dicevo, mentre addentavo un'altra coscia di pollo, sono solo sciocchezza questi test.

E invece questa volta è stato diverso.
“Scopri chi sei! Funziona al 100%” diceva il test.
Così lo faccio. Infondo mi piacerebbe sapere chi sono: c’è chi parte una vita intera per trovare se stesso e io invece potrei saperlo stando comodamente seduta difronte al PC. Magari mangiando qualcosa nell’attesa.
Sì, mi sembrava una cosa comoda piuttosto che partire per la legione straniera, al limite verrà fuori che sono molto intelligente. O molto pigra. Non so.

Comunque faccio il test, rispondo a tutte le domande anche a quelle facoltative: voglio sapere la risposta e che questa sia la più veritiera possibile.

Alla fine l’ultimo step, inserisci il captcha.
Ok. sarà facile.
Niente, non va.
Inserisci il captcha.
Inserisco il captcha e niente, non va di nuovo.
Dimostrami che non sei un robot: inserisci il captcha.
Niente, non fa, non so, non riesco.

Ho provato e riprovato e poi ho capito: sono un robot.
Mannaggia se ci fa sto test. 
“Scopri chi sei! Funziona al 100%” funziona davvero, sono un robot.
In effetti adesso mi spiego parecchie cose, sono un robot. 
Fatelo anche voi.

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Nell'immagine (presa da Tumblr) Jack Gleeson nei panni di Joffrey Baratheon, il mio personaggio preferito in Game of Thrones 

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martedì 25 febbraio 2014

Se non mi sbaglio

Allora, se non mi sbaglio, ci dovrebbe essere un cavatappi. 
Un cavatappi? Un cavatappi, sì. Avete mai visto un cavatappi? Un cavatappi.
Poi l’agenda, il tappino di una penna, la matita, il portamina, un fazzoletto usato, una cartolina di Marotta. 

Una fototessera. Non mia. Una Polaroid sbiadita. Il biglietto del cinema di quando sono andata a vedere Cloud Atlas. Quanto mi è piaciuto quel Cloud Atlas. Quello è uno degli ultimi film veri che ho visto, oramai vado al cinema solo per vedere quei cartoni animati come se avessi dei bambini senza quella cosa spiacevole dell’avere dei bambini.

Poi una caramella sciolta e un pacchetto di gomme da masticare dell’ultimo che mi ha chiesto “vuoi una gomma?” ed io ho risposto “sì” ché tanto lo sanno tutti che se non si fa quella cosa del “si chiama Pietro” nessuno ve le ridà. 

Poi un blocco vuoto per prendere appunti. Una Moleskine ancora nuova per prendere appunti. Post-it se per caso dovessi prendere appunti. Tovagliolino di carta con scritti gli appunti. 

Ago e filo. Un gomitolo di lana rosso. Un uncinetto. Un maglioncino con un piccolo buchino sul collo ma tanto non si vede.
  
Un po’ di sabbia di quando sono andata al mare a correre. Una pagina del libro che ho letto quando sono andata al mare a correre.  

Sciarpa. Cappello. Un guanto. L’altro guanto. Ah no, è sempre quello. Un guanto e basta.

Caricabatterie del cellulare vecchio. 
Cover del cellulare vecchio.
Cuffiette del cellulare vecchio.
Cellulare nuovo.

Termometro, aspirina, tachipirina, stetoscopio, test di Rorschach e un piccolo librino sull’ipocondria.

Biglietto di auguri del 2013 con su scritto “Andrà sempre meglio”. Il calco in gesso di un “NO” in Comic Sans comprato nel 2014.

Lucida labbra, cipria, mascara, rossetto, fondotinta, glitter e un trattato sulla bellezza autentica.

Chiavi. Occhiali da sole.  

E niente, spero di aver perso il portafoglio per strada perché se è nella mia borsa, non lo troverò mai.

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